
Lella Costa
Michele di Mauro con la Banda Osiris:
due appuntamenti aviglianesi per “Reading Park”
Giovedì 19 giugno e venerdì 4 luglio sono le due date in cui l’iniziativa itinerante “Reading Park” fa tappa ad Avigliana.
Cos’è Reading Park
È un’iniziativa della Regione Piemonte e del Circolo dei Lettori che si svolgerà dal 12 giugno all’8 luglio 2008 in diverse località piemontesi: Torino, Biella, Avigliana, Susa, Stresa e Arona sul Lago Maggiore.
L’intenzione è quella di dare un’ideale casa estiva al Circolo dei Lettori, una casa itinerante, per proporre percorsi di teatro narrato e storie cantate in spazi all’aperto di grande impatto architettonico e ambientale: ad Avigliana la sede è Piazza Conte Rosso nel cuore del borgo medievale.
Reading Park vuole essere l’occasione per dare corpo a un’idea allargata di reading: qualcosa che non sia teatro, lettura, racconto o concerto, ma nello stesso tempo li racchiuda un po’ tutti. Una formula che, importata dai paesi anglosassoni, ha da qualche anno contagiato il mondo dello spettacolo e della letteratura italiani dando vita a originali esperimenti e feconde contaminazioni: autori che riscoprono il piacere di raccontare con la propria voce le storie che scrivono; attori che trovano nelle pagine dei classici nuova linfa per la loro arte di interpreti; musicisti e cantanti che si innamorano delle sonorità di un libro e intraprendono viaggi di note e parole.
Il primo appuntamento aviglianese è con Lella Costa.
Lella Costa
Mal di pietre di Milena Agus
Nella Sardegna del primo Novecento, terra arcaica e fantastica, la nonna della narratrice, bellissima e tanto appassionata da essere marchiata come folle, fa fuggire tutti i pretendenti. Come una Bovary sarda, insegue l’amore senza mai raggiungerlo, fino a quando, a sorpresa e solo per un attimo, lo trova sul continente, alle terme, dove è andata per curarsi il “mal di pietre”...
Ironico, profondo e un po’ bizzarro, il romanzo della scrittrice rivelazione Milena Agus non poteva che essere interpretato dalla verve graffiante di Lella Costa.
Lella Costa dice di sé: «Non è figlia d’arte, anche se d’arte visse e vive; non ha un nome d’arte, ma solo un diminutivo, con cui è chiamata da sempre, visto che per l’anagrafe è Gabriella; e se di arte un pochino forse, ormai, ne ha, di parte continua a interpretarne ostinatamente una: se stessa».
Nel 1980 esordisce con il suo primo monologo: Repertorio, cioè l’orfana e il reggicalze. È l’inizio di un percorso che la porterà a frequentare autori contemporanei, a farsi le ossa alla radio e ad avvicinarsi al teatro-cabaret. Nel 1987 debutta con Adlib, monologo con cui inizia anche la sua attività di autrice. Fra i suoi lavori più recenti: Precise parole e Traviata (entrambi con la regia di Gabriele Vacis), Le mille e una notte. Sherazade (dove recita accanto ad Arnoldo Foà), Alice, una meraviglia di Paese (con la regia di Giorgio Gallione) e Amleto (di cui è anche autrice insieme a Massimo Cirri e Giorgio Gallione).
Milena Agus è nata a Genova da genitori sardi e vive a Cagliari, dove insegna italiano e storia in un istituto tecnico.
Prima di diventare l’autrice rivelazione dell’ultima stagione letteraria, ha scritto molti racconti, pubblicandoli presso piccoli editori isolani. Nel 2005 ha esordito con l’editore Nottetempo con il suo primo romanzo, Mentre dorme il pescecane, la storia di una famiglia sarda “sin dal Paleolitico superiore”. Il suo secondo romanzo, Mal di pietre, edito ancora da Nottetempo, ha avuto una vicenda editoriale singolare: rilanciato in Italia in seguito al successo inatteso incontrato in Francia (quattro ristampe in un mese, 50mila copie vendute), è stato finalista nelle edizioni 2007 del Premio Strega e del Campiello.
È uscito quest’anno il suo terzo romanzo, Ali di babbo, storia comica e truculenta di amori “storti”, magie e speculazioni edilizie di fronte al mare di Sardegna.
Il secondo appuntamento è con Michele di Mauro e la Banda Osiris.
Michele Di Mauro e Banda Osiris
Ma che bella serata!
Cosa succede se un animale da palcoscenico, sfrontato e magnetico, che suona la sua voce come il più potente degli strumenti, si imbatte in quattro folli orchestrali, sfuggiti alla disciplina di chissà quale direttore per darsi all’arte di strada?
Partendo dall’umorismo caustico di David Sedaris e veleggiando tra Aldo Nove, Giuseppe Culicchia, Stefano Benni, Corrado Guzzanti, Quim Monzò e Istzvan Orkeny, la voce di Michele Di Mauro insegue e cavalca le scorribande sonore della Banda Osiris per una serata straripante.
Michele Di Mauro, attore, autore e regista torinese, ha lavorato con alcuni dei nomi più importanti del teatro italiano: Castri, Missiroli, Vacis, Guicciardini, Malosti, Solari, Liberti. Ha collaborato con il Teatro Stabile di Torino, il Gruppo della Rocca, il Laboratorio Teatro Settimo, lo Stabile di Palermo, il Festival delle Colline Torinesi.
Nel 2008 è entrato nella terna finale al Premio Ubu come miglior attore protagonista per gli spettacoli Nella solitudine dei campi di cotone di Koltès e Un anno con 13 lune di Fassbinder, entrambi diretti da Annalisa Bianco e Virginio Liberti.
La Banda Osiris (Giancarlo Macrì, Gianluigi Carlone, Roberto Carlone, Sandro Berti) nasce a Vercelli nel 1980. L’originalità della loro proposta sta nella fusione di musica, teatro e comicità: la musica, di tutti i generi (classica, rock, folk, jazz), miscelata con ironia e una buona dose di dissacrazione, fa da asse portante e collante drammaturgico dei loro spettacoli. Fra gli altri si ricordano: Storia della musica voll. 1 e 2 (regia di Gabriele Salvatores), Le quattro stagioni da Vivaldi (regia di Gabriele Vacis), Guarda che luna! (con Enrico Rava, Gianmaria Testa e Stefano Bollani), L’ultimo suonatore (con Eugenio Allegri).
La Banda Osiris ha inoltre partecipato a varie trasmissioni televisive e radiofoniche e ha composto colonne sonore per il teatro e il cinema, aggiudicandosi nel 2004 l’Orso d’argento per le musiche di Primo amore di Matteo Garrone.
Giancarlo Macrì - percussioni, basso tuba
Gianluigi Carlone - sax soprano, flauto, voce
Roberto Carlone - basso, trombone, tastiere
Sandro Berti - chitarra, trombone
Gruppo di lettura organizzato dal CTP di Rivoli e Valle Susa
in collaborazione con biblioteca, Assessorato alla cultura del Comune di Avigliana e Ial
progetto e gestione ins. Lino Di Gianni
5 incontri a cadenza quindicinale, al giovedi dalle 16 alle 1730
Inizio Giovedi 17 gennaio 2008 alle ore 16 alla biblioteca di Avigliana
Tutte le iniziative e i resoconti degli incontri su
www.leggiamoinsiemeunlibro.splinder.com
Primo incontro : leggiamo “Milena Agus . Mal di pietre. Ed Nottetempo.”
due gruppi di lettura
mattino: ore 9,30 /11,30 presso la scuola Galilei, via Nicol 2 Avigliana
gruppo di lettrici straniere (Russia, Francia, Albania, Mauritius, Polonia
pomeriggio ore 16/17,30 presso la biblioteca di Avigliana- Torino
Milena Agus riceverà da Paule Constant il Prix des lectures du Var per il romanzo Mal di pietre. La premiazione si terrà sabato 17 Novembre a Tolone in occasione della 11ma edizione della fiera "Livres en liberté".
Un nuovo e importante riconoscimento che conferma la raffinatezza e semplicità stilistica di un'autrice, ormai diventata il vero caso letterario del 2007.
Mal di pietre di Milena Agus concorre alle votazioni per il libro dell'anno., tra i 28 prescelti.
Alla fine delle votazioni, durante la puntata speciale di Fahrenheit del 1 febbraio, che si terrà al Palazzo delle Esposizioni di Roma, verrà proclamato il vincitore del Libro dell’anno 2007.
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“Leggiamo insieme un libro”
Gruppo di lettura collettiva
di un libro di narrativa scelto insieme dai partecipanti, 5 Incontri a cadenza quindicinale al giovedì, dalle 16 alle 17, 30 17 E 31 GENNAIO,14 E 28 FEBBRAIO,13 MARZO
nella biblioteca civica “Primo Levi”di Avigliana (via IV novembre,19)
Prima riunione giovedì 17GENNAIO 2008 Dalle ore 16 alle ore 17,30
L’iscrizione al gruppo è gratuita. Per partecipare è necessario : -Iscriversi al gruppo e alla biblioteca -Prendere in prestito o acquistare il libro che sarà scelto collettivamente -leggere il libro e discuterne con gli altri partecipanti Lista dei libri proposti e ulteriori informazioni:
www.ctprivoli.it ctp.rivoli@email.it Per iscrizioni: biblioteca tel. 011 93 67 460
in orario: lunedì e mercoledì 14/19 giovedi 10/14 sabato 9/30/13,30 email:biblioteca.avigliana@ialpiemonte.it |
Leggiamo insieme un libro
edizione 2008
Iscrizioni aperte presso la biblioteca civica.
Il gruppo di lettura ha carattere gratuito.
per informazioni su orari, sedi e date www.linodigianni.it
nel corso della prima riunione sarà presentata la lista dei libri
oltre al testo iniziale scelto "Mal di pietre" di Milena Agus Edizioni Nottetempo
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Per 7 giovedì, a cadenza quindicinale, ci siamo riuniti come gruppo di lettura presso la Biblioteca civica di Avigliana.
Questa iniziativa, partita a Marzo 2007, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Avigliana, dalla Biblioteca Civica, dallo Ial e da CTP Rivoli e Vallesusa, ha permesso di leggere e discutere insieme due libri, scegliendoli da una lista di libri presentata inizialmente dal coordinatore del gruppo,
l’insegnante Lino Di Gianni , del Ctp Rivoli.I due libri scelti (Amabili resti della Sebold e La Figlia oscura) non erano libri di facile lettura ,sia per gli argomenti affrontati (uno stupro e omicidio, la morte, la vita dei parenti dopo l’evento) (il ruolo della madre e la propria identità di odio/amore nei confronti dei figli, le pulsioni oscure dei sentimenti)sia per lo stile di scrittura della seconda scrittrice
Un bel gruppo ,italiani e stranieri insieme, lettori esigenti.
Ci sembra che il miglior commento sulla riuscita del gruppo stia nel fatto che il gruppo si è riunito, per 7 volte, a cadenza quindicinale, da Marzo a Maggio.
Tutti i partecipanti( tra cui 5 donne straniere, due ragazze adolescenti, 3 uomini e 4 donne )hanno letto i libri a casa e commentato le parti assegnate, esprimendo accordi o disaccordi con le opinioni degli altri.
Ringraziamo anche la partecipazione straordinaria della signora Nicoletta, lettrice professionale.
Tutti hanno chiesto di ripetere l’esperienza, allargando il gruppo, e iniziare prima, magari a Novembre.Viva la passione della lettura.
Cerchiamo di contagiare altri.
p.s. Si ringrazia molto anche la cortesia e la disponibilitàdella Bibiotecaria,, la dott.essa Lorella Peruja,grazie alla quale è stato possibile reperire rapidamente libri citati nelle ricerche bibliografiche , o ordinarne di nuovi per accedervi tramite prestito da parte del gruppo di lettura.
giovedi 24 maggio 2007
Riunione conclusiva del gruppo di lettura.
Dopo aver letto e commentato insieme due libri, nell'ultima riunione sarà presente
una lettrice professionale che leggerà a voce alta brani tratti da La Frantumaglia
e La figlia Oscura
Alla fine si farà un bilancio dell'esperienza,e ci si lascerà con la segnalazione, da ciascuno di noi,
di un libro che ci è particolarmente piaciuto.
L'amore molesto
di Elena Ferrante
ed.e/o €7,00
“ Una mappa…è solo una mappa” scrive Elena Ferrante in una pagina de “la frantumaglia”, e - Una lettura è solo un tentativo di pervenire ad una mappa che comunque non sarà in grado di aggiungere, tanto meno di depauperare – potremmo rispondere dopo un’immersione quasi in apnea fra i suoi testi.
La vita stessa è spesso un tentativo timido di sgusciare dai limiti di una soggettività che si sforza di purgarsi delle tante cortecce via via accumulate, per districarne i significati e liberarsi finalmente dal groviglio di sensazioni e agitazioni che comprimono, a volte, la quotidianità del vivere .
È attraverso una scrittura tanto raffinata quanto sanguigna che nelle pagine de L’amore molesto ritroviamo la casa degli specchi del Luna Park di quando eravamo bambini : un desiderio smanioso di entrare e ripercorrerne gl’ ingarbugliati corridoi, ma anche l’ansia collosa di concludere e scoprirne, in fretta , la porta d’uscita.
La casa degli specchi ne L’amore molesto è una giostra di riflessi e ambiguità, di proiezioni e continue identificazioni attraverso le quali si scolpiscono, qui, soltanto le sagome e, lì, gli elementi primi di personaggi e luoghi scavati e sezionati in una lunga e dolorosa, quanto rapida, autopsia del tempo, dove passato e presente si accavallano, sovrapponendosi, per svelarsi, ora, in un accenno di taglio, ora, nella ferita incolmabile inferta dal bisturi di un chirurgo-autore sprovvisto di guanti e protezione. “Plonger les mains dans la merde” scriveva Sartre, e la Ferrante ci mette il corpo tutto, ripreso, anzi, nei suoi gesti più intimi e nascosti, bassi, sudati, intrisi di fatica e vergogna, sensi di colpa.
La casa degli specchi del libro, infatti, non ci attira con colpi di scena improvvisi o accattivanti seduzioni della parola, ci richiama piuttosto con l’imperativo di una necessità esistenziale, perché è (siamo) sommersa (sommersi) dalla melma, dal fango, dai detriti della storia personale di una donna che lotta per la riappropriazione di un’esistenza e la conquista di un’identità che non rinneghi, ma finalmente accolga, come la cavità di un ventre il suo feto, quindi liberi, superando l’angoscia della perdita “Mi sentivo invece come se mi fossi lasciata in un posto e non fossi più in grado di ritrovarmi ” (pag.75) dirà la figlia Delia, poco dopo aver visitato l’appartamento della madre per ritrovarne indizi, tracce, semplicemente odori, a morte avvenuta, quando s’impone con violenza la consapevolezza della scivolosità e dell’estraneità devastante della figura genitoriale “ ..era regolarmente partita, ma non era mai arrivata” (pag.9).
E’ lo stesso incipit del romanzo a darne il “là” manifesto: “ Mia madre annegò la notte del 23 maggio, giorno del mio compleanno” (pag.7), e così come la morte per acqua, nel mito, riporta il dio a nuova vita, a nuove esistenze, attraverso la metamorfosi del sé, ne L’amore molesto, Delia, la giovane e vecchia figlia, innocente e colpevole insieme, ripercorre topiche del ricordo e del tangibile, per sbavagliare dal soffocamento, quasi senza saperlo, e forse senza troppo desiderarlo, l’ostaggio allevato, il sé prigioniero, usurando lentamente la costrizione che lo riduce all’immobilità di una posizione, per scoprirne nuova forma disciolta.
Il mare è veleno del suicida (e dell’assassinato) come anche, indissolubilmente, liquido amniotico, così la terra, la città, la casa saranno nidi e deserti, per gli uomini e per le donne, indistintamente, commistionandosi. L’acqua del mare si mescola ai suoni della città per partorire una miscela furibonda ( pag.120) capace però di sue proprie ragioni e compimenti : la scena iniziale si apre sul mare assassino e termina davanti allo stesso mare, quando finalmente la larva ne è uscita, dopo il ritrovamento della radice , anche se debole e mutilata “ per aggrappare la mia presenza a un relitto ben radicato nella sabbia” (pag.174) . Evita le divagazioni descrittive, la Ferrante, il mare è semplicemente “una pasta violacea” (pag.120) , e “viola” (172) sarà ugualmente l’acqua nello specchio della pozzanghera dove finirà il Caserta, vittima e aggressore, a sua volta, anello di congiunzione nella reiterazione di violenze subite e inferte.
Un processo non privo di repentine regressioni che si districa sorreggendo una trama cesellata intorno a cerchi che si aprono e si chiudono, echi non solo di azioni e luoghi - grigi, nella pioggia, umidi e vischiosi, in una napoletanità faldosa -, ma anche della stessa terminologia utilizzata, che s’incastona in un continua elaborazione autogenerante, coinvolgendo così l’intero e profondo tessuto del testo.
Colpisce, a questo riguardo, l’insistenza, il ritorno quasi cadenzato di alcuni termini inseriti a più riprese nella trama; sostantivi generali che diventano attributi, e attributi, appendici, che si fanno di nuovo nomi portanti: l’inquietudine (pag.9), scaturita dal solo odore della presenza materna in casa, ritorna nella figlia inquieta (pag.28) mentre, davanti al rubinetto, ne immagina il corpo che galleggia a faccia in giù sospesa nella cucina, quindi conduce di nuovo all’oggetto – maschera rivelante - nell’inquietudine(pag.30) provocata dall’immagine del pizzo del reggiseno, unico indumento ritrovato addosso al corpo nella madre morta, per estendersi ancora – ma non fermarsi - allo strascico di un nome, il nome del presunto o vero amante Caserta, che nella mente della figlia, per anni, viene assimilato al nome di una città della fretta, un luogo dell’inquietudine (pag.37) , e infatti a partire da quel nome e dalla violazione del gioco di una bambina inerme prenderanno il via delitti e castighi, incontrollabili, disorientamenti e nevrosi. E inquieta (pag.176) si tratteggia la voce narrante, fino alla fine, nelle ultime pagine, a segreto ormai svelato, raccontando le serate al cinema con un padre cane da guardia che cinge le spalle della madre, le figlie disposte a cancello sui seggiolini del pubblico, come a difendere l’inespugnabile. Una famiglia chiusa nel mutismo - incomunicabile perché i suoi stessi membri sono impermeabili l’uno all’altro - che nutre d’ impotenza una bambina condannata a vivere l’ansia amplificata di una perdita imminente.
Ma, l’aggettivo inquieta sarà nuovamente (pag21) a definire lo stato interiore della figlia, una volta davanti alla casa della madre, l’edificio che l’autrice definirà come un “carcere”, un “tribunale”, un “ospedale” (pag.21) segregandosi nella posizione di prigioniera, malata, e imputata di un delitto compiuto da vittima, in un vissuto che giudica e punisce, che contamina di virus e putrescenze giallastre.
È impossibile non notare la continuità quasi ossessiva di questa tela cromatica del giallastro da sfondo, a bordone sostenuto: giallastro come il liquido viscoso che si forma e fuoriesce da una lesione non curata o disinfettata.
Qui la ferita è nell’anima e inquina i colori, le prospettive, permeandoli di un velo persistente di polveri e sudiciumi: gambe gialle (pag.24), merletti ingialliti (pag.29), luce giallastra (pag.41), immagini ingiallite(pag.47), carta giallastra (pag.142), viso giallastro (pag.145) , incisivi gialli (pag. 146), canottiera gialliccia(pag.153) …
Procedendo ad una sommaria analisi della frequenza lessicale nei primi capitoli del romanzo, la determinazione che ne esce è quella di un campo semantico di polo negativo profondamente intriso dei significati di “sporcizia”, “vecchiaia”, “malattia”, “sotterraneo”, “buio”, “instabilità” da cui urgentemente cercare via di scampo “Non ero contenta di sentirla per casa” (pag.7), ammette da subito, parlando della madre, la voce narrante della figlia Delia e, a giustificazione, nella pagina seguente, troviamo “avevo l’impressione mi trasformasse il corpo in quello di una bambina con le rughe” (pag.8).
Lungo l’asse dei binomi “vecchio-nuovo”, “sporco- pulito”, “vita-morte” si snoda il racconto degli ultimi momenti della vita della madre nonché, a intersezione misuratissima, la ricostruzione dell’infanzia della figlia, il tutto però a partire da un gioco spietato di scambi di ruoli che si perdono e si rimescolano in ritorni al passato e zoomate sul presente lucido della figlia confusa, con coincidenze e analogie ricostruite abilmente, come solo la realtà può fare o un alto livello di scrittura, invece, rielabora, quando è autentica. Sembra quasi l’attuazione fragilissima, ma minuziosa, dell’assunto di Borges che ne “La trama” scriveva : “Al destino piacciono le ripetizioni, le varianti, le simmetrie” .
Vita e morte intimamente compenetrate, a partire dalla scena del funerale della madre assurto a simbolico battesimo del corpo attraverso il pianto delle sorelle “ Quel disciogliersi involontario del corpo ” (pag.13) e le mestruazioni improvvise , mistura di cenere e sangue in una donna in attesa di mutazioni e sgravi, perché, lo espliciterà più tardi, ancora avvinghiata ad una sessualità non appagata, ma bloccata e censurata “ La tensione dell’organismo non riusciva a salire: restavo stremata e insoddisfatta” (pag.114)
Nemmeno le piccole fughe della figlia adolescente vengono risparmiate ad un simbolo di morte: Delia si rifugia nella cabina di un ascensore che definisce “un sarcofago” (pag.22) dove cerca riparo “sospesa tra il vuoto e il buio, nascosta come in un nido sul ramo di un albero” (pag.25) , eppure per tornare a vivere dovrà scendere per farsi scaldare dal sole della stessa spiaggia dove morrà la madre.
La realtà sfugge però alle definizioni del ruolo, alle facili classificazioni : io sono tu, tu sei me, fino a quando? La madre è la figlia, la figlia madre, il padre diventa figlio e viceversa. Simmetrica, invece, la costruzione dinamica dei personaggi. Da una parte Amalia, la madre, e Delia, la figlia; dall’altra, invece, perpendicolari e paralleli allo stesso tempo, Caserta, il vero-presunto amante di Amalia, e Polledro, il figlio di Caserta, amico d’infanzia di Delia. Al centro, il marito di Amalia, amico di Caserta e padre di Delia, ma soprattutto il nonno, il vecchio, il padre di Caserta, quasi un deus ex machina lontano, appena accennato (come descrivere l’innominabile?) eppure onnipresente; la storia che si ripete, l’inconvertibilità del destino.
In un intreccio di relazioni dove tutti sfuggono a tutti “crescente tasso di reciproca estraneità” ,(pag.19) “ intimità che non c’era mai stata” (pag.24), “c’era una linea che non riuscivo a varcare quando pensavo ad Amalia” (pag.25), “ Erano troppe le storie delle sue infinite, minuscole diversità che la rendevano irraggiungibile” (pag. 77) “ io non ero riuscita in nessun modo a pensare i suoi pensieri dal di dentro di lei, dall’interno del suo respiro” (pag.91), pur violentandosi e lacerandosi , l’approdo è nell’oggetto, nell’abito, in un attributo, nel feticismo. Non riuscendo a raggiungere la voce interiore e l’orecchio nascosto dell’Altro, ne sono ossessionato: il marito è perseguitato dall’immagine della moglie (è suo il ritratto grossolano che ripete all’infinito nelle sue scorze e che finisce paradossalmente a fianco del corteo funebre?); Caserta ne è morbosamente attratto e continuerà a rincorrerla proprio negli indumenti e con gli oggetti, nei vestiti, la biancheria; Delia insegue il corpo, che poi respinge, della madre e arriverà ad indossarne l’abito blu, stringendolo con un ago pur di metterlo; la madre stessa, prima di annegare, prima di spogliarsi e finire tra le onde, porterà la vestaglia che poi sarà regalata alla figlia. Il contenente che si tende a definizione incerta del contenuto, modellandosi su misura “ero affascinata…vedevo crescere l’abito come un altro corpo, un corpo più accessibile” (pag.159) - non posso incontrarti da fuori, devo entrare, ma la porta è chiusa e allora ti avvolgo come un liquido senza mai veramente scoprirne l’ingresso (e l’immagine va subito alla finestra con le sbarre dalla quale Delia ci mostra alcune scene…)
Affinché la vita continui, più generosa e sana, spetterà alla figlia-madre tagliare e quindi ricucire il legame indissolubile che le incatena entrambe alla spirale violenta di un passato condiviso “Non vedevamo l’ora di tornare a casa e dimenticare”, “… un passato in comune che non ci piaceva “ (pag. 19).
La vecchia madre, Amalia, dipinta, a tratti, nei colori quasi adolescenziali di una giovane incosciente e leggera, vincola, tacitamente, la figlia al compito di genitrice dura, regolatrice, ansiosa: “ Quando sentivo la sua voce, la rimproveravo con una certa durezza” (pag.9) spiega Delia, raccontandone i continui ritardi e le provocazioni.
La madre genera la figlia, ma invertendo la legge di natura, con dinamiche e comportamenti, nel farlo, l’uccide, e la figlia tenterà per molto, invano, di ricostruirsi in un corpo più giovane, ma più vecchio “portandola dentro il mio corpo invecchiato” (pag.137 ) fino a desiderare di ucciderla a sua volta, per porre fine, illusoriamente, alla profonda assenza subita “ Quando torni ti ucciderò” (pag.9), “…perché mi aveva lasciata nel mondo a giocare da sola, con le parole della menzogna, senza misura, senza verità” (pag.170)
Non vi è spazio per la condanna morale; sono uomini piccoli quelli che si muovono nella scena, maschi e femmine che si circuiscono e si circoscrivono reciprocamente le rispettive e irrisolte identità; una sentenza li/ci metterebbe tutti alla gogna.
Donne minute e debordanti che subiscono i rituali perversi di uomini bambini e carnefici che hanno accettato un loro posto precario nel cerchio nell’antica giostra della virilità più arcaica; ma donne che a loro volta diventano mantidi spietate ; racconti di mancate ribellioni.
L’amore molesto non è solamente la storia di un rapporto madre–figlia, è anche la rappresentazione sofferta e universale della tensioni fra i sessi.
E, infine, L’amore molesto è un romanzo sul silenzio più crudele, quello dei figli “Pensavo che se mi fosse accaduto qualcosa – la cosa più terribile, non sapevo quale – gliel’avrei taciuto.” (pag.176), che relega l’uomo e la donna, il padre, la madre, i figli, alla reciproca estraneità, e sotto la cappa dell’omertà familiare e sociale, li denuda delle più elementari difese per la sopravvivenza, vincolandoli ad una continua insicurezza e restringendo la capacità di prevedere, come di desiderare, di realizzare e ricomporre quel sé frantumato e disperso, di cogliere e raccogliere.
“Avevo visto solo dettagli” (pag. 175) sono le parole che mette in bocca a Delia l’autrice, a poche pagine dalla fine del libro, quasi costringendo il lettore ad un ribaltamento di prospettiva e a nuove mappe da seguire, mentre si cerca intensamente l’uscita definitiva dalla casa degli specchi, perché ancora una volta, come scriveva Montale negli Ossi di Seppia “Codesto solo oggi possiamo dirti/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” .